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Il residuo fisso e la durezza, questi sconosciuti

da | Dic 4, 2015 | Prodotti | 0 commenti

L’Italia è il paradiso delle acque minerali: oltre a detenere il record mondiale del più alto consumo pro capite, il nostro Paese conta più di 300 fonti, distribuite sia lungo le catene montuose che in pianura. 
Secondo le normative nazionali e comunitarie, la principale classificazione delle acque minerali è condotta in base al residuo fisso: si distinguono in minimamente mineralizzate, quando il residuo fisso non supera i 50 mg/l, oligominerali (non superiore a 500 mg/l), minerali (tra 500 e 1.500 mg/l) e ricche di sali minerali (oltre 1.500 mg/l).

Il residuo fisso è uno dei due parametri fondamentali per determinare la leggerezza di un’acqua minerale. Consiste nella quantità di sostanze inorganiche presenti nell’acqua ed è normalmente espresso in milligrammi per litro: si ottiene facendo evaporare l’acqua a 100 °C, con successiva essiccazione a 180 °C.

Il secondo parametro per stabilire la leggerezza delle acque minerali è la durezza, ovvero il contenuto di sali di calcio e di magnesio nell’acqua.
I sali di questi due elementi sono causa, in soluzione, di incrostazioni, che si presentano dure e compatte. Le acque minerali naturali si possono distinguere in molto dolci, dolci, semi dure, dure e molto dure. La legge peraltro non prevede l’obbligo di dichiarare la durezza sull’etichetta.

Ogni acqua minerale ha caratteristiche specifiche che dipendono dal tipo di sali in essa disciolti. A parte i casi di indicazione precisa e puntuale da parte del proprio medico curante, ciascuno di noi può scegliere le acque più o meno ricche di sali minerali, più o meno leggere, a seconda delle proprie necessità o gusti.

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