Il cibo Made in Italy: la passione di Vito Gulli

Siamo con Vito Gulli, Presidente di Generale Conserve (con portfolio brand come AsDoMar, Manzotin e De Rica), pioniere del rilancio del polo alimentare italiano che risponderà alle domande della nostra redazione e di alcuni nostri food blogger:

1) Qual è l’episodio che ha dato vita alla sua passione per il cibo?
Mi spiace deludervi, ma il cibo non è la mia passione, anche se credo di essere eclettico in tutto, nel cibo sono invece il più monotono e monotematico del mondo…
La mia passione, se così si può dire, è per il cibo Made in Italy in quanto da ormai 7 anni investo su questa sfida come unica soluzione alla terribile crisi (che già allora prevedevo) anche al fine – e lo dico chiaro – di fare business e, contemporaneamente, di dare un futuro alla nostra meravigliosa terra dove vorrei che i miei figli e i miei nipoti possano avere la fortuna di continuare a vivere.

2) Se dovesse portare a cena un amico straniero che per la prima volta viene in Italia, quale piatto tipico gli consiglierebbe?
Ho confessato di essere monotematico e tanto semplice nella mia alimentazione da risultare noioso per chi cucina per me…Ho però una preferenza…quasi mistica, e quindi, proporrei davvero una bella ed untuosa focaccia genovese di cui sono amante più che fan.
Pensi che, quando poco più che ventenne iniziai a lavorare a Milano, mi pagavo il costo del viaggio quotidiano di andata e ritorno da Genova, contrabbandando 10/20kg di focaccia, ancora calda, che vendevo poi ad una gastronomia di Porta Genova…
E comunque per il resto…proporrei primi piatti, pastasciutte e risotti, le nostre vere esclusive.

3) A suo avviso, quale prodotto Made in Italy non è ancora sufficientemente conosciuto all’estero?
Beh, mi tocca nel vivo…. di sicuro il tonno in scatola!
É facile capire il perché…che so…negli USA il 70% dei consumi é nei sandwich …sbriciolato, spalmato, …. capisce che se gli si vende un bel tonno compatto, fatto come si deve,…si incazzano pure, perché lo devono sbriciolare…

4) Riguardo al fenomeno dell’Italian Sounding, quali potrebbero essere secondo lei le soluzioni per “combatterlo”?
Nessuna. Sono contrario al trito e ritrito tema dell’Italian Sounding come chimera, come opportunità da combattere e sfruttare. Il problema non è questo e lo ripeto spesso nei numerosi convegni su questo tema a cui partecipo. Il vero problema è il “vero falso”, cioè mi spiego meglio.
Come si fa ad impedire che uno fondi una società, o addirittura si chiami davvero con un nome Italiano…e quindi non sia legittimato a chiamare il suo prodotto con il suo nome?
Anche noi in Italia, quante aziende di successo abbiamo che evocano nomi stranieri?
Da combattere sono invece le aziende Italiane che delocalizzano o producono in Italia, ma usando semilavorati che, più che “semi” sono “toto” – lavorati in Paesi dove i costi sono più bassi… dimostrando un eccesso di miopia imprenditoriale imperdonabile!!…
Quando avranno chiuso tutte le fabbriche in Italia, a chi venderanno il loro bel prodotto a più basso costo? Che razza di imprenditori sono quelli che non mirano al medio lungo termine, ma solo al breve? Questo è il vero problema. Delocalizzazioni e importazione di troppi semilavorati.

Le domande delle nostre food blogger Alida Zamparini e Jessica Montanari:

5) Visto l’impegno ed interesse di AsDoMar per l’ambiente e per altri aspetti sociali pensa che sara’ possibile fare lo stesso con la carne in scatola? (Alida Zamparini)
Se non lo facessi mi contraddirei e mi farei male da solo…. Ci sto lavorando… è difficile ma possibile. Ci riuscirò!

6) Si è parlato molto della scelta della AsDoMar di investire in Sardegna. Perchè un imprenditore, pur potendo delocalizzare e riuscire a pagare la manodopera ad un prezzo più basso, dovrebbe scegliere di rimanere in Italia? (Jessica Montanari)
Come dicevo prima, ma spiego meglio ora, un imprenditore deve preoccuparsi di preservare almeno due cose: la propria materia prima di base e il potere di acquisto del proprio consumatore.
Senza tutte e due queste variabili può essere il più grande imprenditore del mondo, ma di business ne farà ben poco, sempre che non sia solo un “prenditore” e quindi non si preoccupi solo di far man bassa e poi… chi si è visto si è visto…
Dobbiamo preservare, anzi capitalizzare l’expertise della nostra storia, dei “mestieri”. Cosa che io ho fatto in Sardegna.

7) Secondo lei è fondato sostenere che l’Italia potrebbe uscire dalla crisi puntando quasi esclusivamente sulla valorizzazione del territorio, e quindi sull’industria enogastronomica, su quella culturale e sul turismo? (Jessica Montanari)
No, assolutamente no. Mi spiego meglio: non c’è dubbio che la valorizzazione del territorio passi anche da turismo e cultura, ma il tema è se vogliamo rimanere 60 milioni e, come spero, non siamo disposti a ridimensionarci a 30 milioni.
Senza agricoltura e fabbriche, senza contadini ed operai questa nostra terra muore.
Non siamo il Liechtenstein, non possiamo vivere di servizi. Quindi dico sì alla valorizzazione del territorio, ma nel senso di produrre e consumare prioritariamente quello che facciamo.
Tu compri quello che faccio io, io compro quello che fai tu.
Un ritorno al baratto, non più di Beni, ma di Posti di Lavoro.
É l’ultima e l’unica chance per sopravvivere…

8) Generale Conserve ha da poco acquisito De Rica. Quali sono i progetti per rilanciare questo grande marchio che da sempre rappresenta il Made in Italy?
Credo che De Rica sia e sarà il più gran business della mia vita. Quale altro marchio così prettamente italiano può permettersi di avere una gamma di prodotti tanto larga ed ampia quanto De Rica? Solo un altro: Star, ma mi si permetterà di affermare che De Rica evoca più natura che industria…quindi…per me, per il mio R&D , per il mio Marketing, ci sarà da divertirsi.
Certo, anche qui staremo ben attenti ad essere coerenti nel rispetto di ambiente e persone, materia prima e consumatori, cioè lavoratori.
Perché è mia convinzione che saranno proprio i consumaTTori , sì, con la doppia T, ad essere gli attori protagonisti della ripresa con le loro consapevoli scelte, dettate dalla consapevolezza della necessità di fare baratto del Posto di Lavoro, sempre nel rispetto assoluto dell’ambiente.